IA: guai a chiamarla software


BLOG di Paolo Borzini

Ovviamente il titolo è una provocazione. O forse no.

Oggi pomeriggio sono stato all’inaugurazione di un negozio di cui conosco i titolari e tre quarti delle persone presenti. Ho augurato loro buona fortuna per questa nuova apertura. Un augurio che viene dal cuore. Non soltanto perché si desidera il meglio per chi apre un negozio, soprattutto in un periodo di acquisti online, ma anche perché, da ex piccolissimo imprenditore, vedo tutto questo come un’ulteriore tappa, un’altra casa verde costruita sul vero tabellone del Monopoli che è la vita imprenditoriale.

Poi, da bravo nerd, mi sono posizionato accanto al punto ristoro e al distributore di birra.

Ho cominciato a parlare con una persona che conosco da quasi trent’anni. Abbiamo amici in comune e ogni volta ci scambiamo i soliti convenevoli: «Stai bene?». «Sì, tutto bene. E tu?». Poi, non si sa come, siamo finiti a parlare di IA.

Il mio interlocutore non è una persona qualsiasi, ma uno con le palle quando si parla di finanza e investimenti. Nonostante sia da poco in pensione, continua a tenersi aggiornato. Del resto, la finanza sta a lui come l’informatica sta a me.

Alla sua domanda sull’IA gli ho risposto, come avevo già scritto in un mio post, che è sempre e soltanto software. Complicato, immenso, con un’enormità di dati, parametri e potenza di calcolo in più, ma pur sempre software, come Excel e Word.

Non dico che si sia offeso, ma che l’abbia colpito nel vivo sì. Mi ha risposto che, se la finanza punta sull’IA, qualcosa di vero deve esserci.

Certo, perché se i grandi gruppi finanziari “giocano” non soltanto con i risparmi della zia di Titti di turno o con qualche fondo pensione dei vigili del fuoco o dei poliziotti statunitensi, ma ci mettono anche del loro, significa che qualcosa ne sanno più di noi. In pratica, se mettono sul tavolo migliaia di miliardi di dollari acquistando azioni di aziende che fanno ricerca sull’IA e simili, qualcosa di vero ci sarà.

Poi siamo finiti a parlare dell’IA non soltanto in relazione ai posti di lavoro o alla progettazione di nuovi materiali, medicine e qualsiasi altra cosa, ma di qualcosa che somiglia molto di più all’apoteosi della trilogia dello Sprawl di Gibson, prendere quei sogni e quelle visioni e pomparli di steroidi.

Portare i data center nello spazio, alimentati da pannelli solari e indipendenti dall’alternarsi del giorno e della notte, perché sempre rivolti verso il Sole. Un’IA che pilota autonomamente un drone, conoscendone già l’obiettivo, in una sorta di WarGames pompato, anche lui, di steroidi.

Oppure un’IA dentro un automa, basti pensare alle dichiarazioni e al debutto in Borsa dell’azienda cinese più all’avanguardia del settore. Un automa usato per accudire un anziano o andare a fare la spesa. Asimov, con Io, robot, aveva anticipato anche questo. E sullo sfondo, naturalmente, lo scudo spaziale di reaganiana memoria.

Insomma, un futuro nel quale gli investitori hanno riconosciuto ciò che gli scrittori di fantascienza avevano anticipato mezzo secolo fa e oltre.

E forse il punto della discussione era tutto racchiuso proprio in quel «solo». Perché definire l’intelligenza artificiale un software non significa negarne la potenza o le conseguenze. Anche una bomba atomica, in fondo, è «solo» materia organizzata in un modo particolarmente efficace. Il problema non è ciò di cui una cosa è fatta, ma ciò che può fare quando le vengono affidati abbastanza energia, denaro e potere.

Gli investitori non stanno necessariamente scommettendo sulla nascita di una nuova forma di vita. Stanno scommettendo sul fatto che questo software possa diventare un’infrastruttura indispensabile, come lo sono diventati Internet, l’elettricità o il petrolio. E probabilmente hanno ragione.

Questo, però, non trasforma automaticamente una macchina capace di elaborare una quantità smisurata di informazioni in qualcosa che pensa, comprende o desidera.

Almeno non ancora.

Nel frattempo, il mio Amstrad CPC 6128 Plus (con cui ho scritto questo post),  un computer uscito nel 1990, continuava pazientemente a far lampeggiare il cursore di ProText, completamente indifferente alle migliaia di miliardi di dollari, ai data center nello spazio e al futuro dell’umanità.

E forse, tra tutti noi, era quello che aveva capito meglio la serata. :-)

Paolo Borzini

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