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Visualizzazione dei post da giugno, 2026

Il C come il Latino

BLOG di Paolo Borzini Ieri stavo comunicando con un gruppo di lavoro per un progetto in cui sono impegnato da quasi due anni. Per stemperare l’atmosfera ho scritto una frase in latino, anche per spolverare un po’ i vecchi ricordi scolastici. Ovviamente, non conoscendo il latino, l’hanno data in pasto a Google Translator, che più o meno l’ha tradotta correttamente. Il latino è una lingua semplice e complicata allo stesso tempo. Ed è lì che mi è venuta in mente una domanda, ma se dovessi paragonare il latino a un linguaggio di programmazione, quale sceglierei? Io sceglierei il C. Perché il latino è compatto, poche parole, ma ciascuna porta con sé molte informazioni: caso, genere, numero, tempo verbale e via discorrendo. Il C fa qualcosa di simile, poche istruzioni, ma molto significative. È rigoroso, una declinazione sbagliata può cambiare il senso di una frase, come un ; o un * sbagliato in C può cambiare il comportamento di un programma. È una lingua fondante, dal latino derivano itali...

Governare l’IA senza dire nulla

BLOG di Paolo Borzini  Leggevo sul giornale locale un trafiletto sulla presentazione di un libro, una sorta di codice etico per l’IA.  Si vede che dopo «Magnifica Humanitas» di Papa Leone qualcuno si è sentito ispirato. Oppure viceversa, ma questo caso non è il punto. Il punto è il modo in cui era scritto, con il solito tono da comunicato stampa travestito da articolo culturale. Il problema non è il tema, perché il tema è serio. IA, competenza, lavoro, responsabilità, controllo degli strumenti. Tutto giusto. Tutto importante. Quello che fa girare i cabasisi, come direbbe il commissario Montalbano, è il modo in cui viene impacchettato e infiocchettato. La frase scatenante è questa: “Lo fa da una prospettiva concreta, lontana sia dall’entusiasmo cieco sia dal timore paralizzante.” Che si potrebbe brutalmente tradurre così: “Non siamo né tecnofanatici né luddisti, quindi siamo automaticamente equilibrati.” È una formula ormai abusata e serve a piazzarsi subito nel centro virtuoso...

Lastminute e IA

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BLOG di Paolo Borzini Leggo su teletext della Svizzera che lastminute.com taglierà circa un quarto dei dipendenti e che tra le motivazioni c'è un maggiore impiego dell'intelligenza artificiale. Fin qui nulla di nuovo. Quello che invece trovo curioso è che quasi tutti i media riportano il numero dei licenziamenti ma quasi nessuno spiega concretamente che cosa farà questa IA. Perché "useremo l'intelligenza artificiale" può voler dire tutto e niente. Risponderà alle email dei clienti? Gestirà le richieste di rimborso? Classificherà automaticamente i ticket? Recupererà informazioni dalle prenotazioni e preparerà le risposte per gli operatori? Tradurrà le comunicazioni in più lingue? Da programmatore ho sempre avuto il difetto di voler capire come funzionano le cose. Quando leggo che l'IA sostituirà centinaia di persone, la prima domanda che mi viene spontanea non è se sia giusto o sbagliato. La domanda è molto più semplice. Che cosa farà esattamente? Perché dietro...

Tre canzoni, tre ferite ancora aperte

BLOG di Paolo Borzini Come ho già scritto altre volte, i miei gusti musicali spaziano tra generi completamente diversi. Non seguo una band o un'etichetta. Mi lascio guidare dalle emozioni che un brano riesce ancora a trasmettermi. Per questo motivo ascolto musica che va dagli anni Cinquanta ai primi Duemila. Stamattina la modalità casuale della mia playlist ha fatto un piccolo miracolo che solo il caso riesce a realizzare. Una di quelle coincidenze che sembrano studiate da qualcuno. Ho ascoltato una dopo l'altra, Free Bird dei Lynyrd Skynyrd, Child in Time dei Deep Purple e The Sound of Silence di Simon e Garfunkel. Tre brani scritti tra il 1964 e i primi anni Settanta. Tre stupendi capolavori e tre modi diversi di raccontare l'essere umano. Soprattutto, tre canzoni ancora terribilmente attuali. Free Bird parla della libertà e del prezzo che talvolta bisogna pagare per inseguirla. Dietro il celebre assolo finale c'è la confessione di qualcuno che ama profondamente ma sa...

Il cyberpunk non è morto, è stato raggiunto dalla realtà

BLOG di Paolo Borzini Sempre ripensando al BookDate del BissaBook di quest'anno, quando cominciavo a parlare di Neuromante scritto da Gibson nel 1984 dicevo che parlava di cose ed eventi che sono la normalità oggi. E ora mi sorge una domanda: ma se il cyberpunk è morto che cosa è diventato dopo che il mondo ha iniziato ad assomigliargli? Secondo me non è morto, si è solo sciolto, disperso. Ha smesso di essere soltanto un genere riconoscibile e si è miscelato nel paesaggio culturale, tecnologico e sociale in cui viviamo ogni giorno. Negli anni Ottanta il cyberpunk sembrava futuro, c'erano hacker, megacorporazioni, cyberspazio, innesti, città infinite, identità instabili, vite marginali immerse nell’alta tecnologia. Oggi molte di quelle cose non sono più futuro, sono cronaca e normalità. Il cyberpunk classico è diventato in parte estetica retrofuturistica con i suoi neon, pioggia, monitor a tubo catodico, terminali verdi, giacche nere, vicoli sporchi, insegne orientali, synth e c...