Il Latino e l'ordine
Prendiamo una frase semplice: Flos puellam amat ovvero Il fiore ama la ragazza.
Qui l’ordine è abbastanza lineare: soggetto, oggetto, verbo.
Ma posso anche scrivere: Puellam flos amat
E il significato grammaticale di base non cambia.
È sempre il fiore che ama la ragazza.
Perché?
Perché flos resta nominativo, quindi soggetto.
E puellam resta accusativo, quindi complemento oggetto.
La desinenza, in latino, è una specie di cartellino identificativo. Ti dice chi fa cosa, anche se sposti le parole.
Però attenzione, questo non vuol dire che l’ordine non conti, conta eccome.
Solo che spesso non decide il significato di base ma decide l’enfasi, il ritmo, lo stile, la sfumatura.
Flos puellam amat
Il fiore ama la ragazza.
Puellam flos amat
È la ragazza che il fiore ama.
La ragazza viene portata davanti, messa sotto il riflettore. Come se il latino avesse l’enfasi incorporata nella sintassi.
In italiano invece siamo messi diversamente e se scrivo:
Il fiore ama la ragazza
e poi scrivo:
La ragazza ama il fiore
non ho dato enfasi, ho cambiato proprio il significato.
In italiano l’ordine delle parole è molto più vincolato. Per mettere in primo piano “la ragazza” devo usare altri trucchi grammaticali:
È la ragazza che il fiore ama.
Il fiore ama proprio la ragazza.
Oppure nel parlato cambio tono di voce.
Oppure, nei casi disperati, ci metto un’emoticon e faccio prima.
Il latino invece è come se ti dicesse: vuoi portare una parola in posizione forte? Spostala. Tanto il suo ruolo grammaticale è già scritto nella desinenza.
Ed è qui che secondo me il parallelo con l’informatica diventa interessante.
Il latino assomiglia più al C o all’assembly che a un linguaggio moderno tutto comodo e imbottito di protezioni e rollbar.
Nel C, un asterisco non è un abbellimento tipografico.
Un puntatore non è “più o meno una variabile”.
Un = non è un ==.
Sono dettagli piccoli solo per chi non sa cosa sta guardando.
Nel latino è uguale.
Una desinenza non è una decorazione.
Un accusativo non è un nominativo con la gonna a pantalone.
E l’ordine delle parole non è casuale ma è informazione.
I problemi poi nascono quando si traduce “a orecchio”.
Perché se traduci a orecchio il latino, prima o poi finisci per trasformare:
Civis magna et opulentia
nella meravigliosa:
La civetta mangia la polenta.
Che, ammettiamolo, è una frase molto più simpatica.
Ma purtroppo non è latino.
È un disastro fonetico con contorno di farina gialla.
In realtà, se volessi dire “la città grande e opulenta”, dovrei scrivere:
Urbs magna et opulenta
Perché urbs è la città, magna è grande, opulenta è opulenta, ricca.
Ma così perdo la civetta.
E senza civetta che mangia la polenta, la vita è già un po’ più triste.
Quindi la battuta resta, proprio perché è sbagliata.
Ed è anche una buona lezione.
Non si traduce il latino a orecchio, come non si legge il codice a sentimento o come direbbero i latinisti da bar «Ad manticulas canis» ;-)
Perché a sentimento:
if (x = 5)
sembra quasi uguale a:
if (x == 5)
Poi però il programma fa quello che hai scritto, non quello che avevi in testa.
Il latino fa lo stesso.
Non guarda la tua buona volontà ma guarda le desinenze.
E se tu ignori le desinenze, lui non ti perdona.
Magari non va in segmentation fault, ma ti manda comunque una civetta a mangiare polenta nel mezzo della Arena di Verona.
Alla fine è questo il bello.
Il latino ti obbliga a pensare alla struttura e non puoi andare solo “a orecchio”.
Devi guardare i ruoli, i casi, le concordanze, le posizioni.
Esattamente come quando programmi, ogni dettaglio conta.
A questo punto possiamo dire che il latino non è difficile perché è vecchio
è difficile perché è preciso. Esattamente come il C e come il C, se lo tratti con rispetto ti dà una libertà enorme.
Se invece vai a orecchio, ti compila direttamente la polenta con tanto di #include <civetta.h>.
Paolo Borzini
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