Tre canzoni, tre ferite ancora aperte
BLOG di Paolo Borzini
Come ho già scritto altre volte, i miei gusti musicali spaziano tra generi completamente diversi. Non seguo una band o un'etichetta. Mi lascio guidare dalle emozioni che un brano riesce ancora a trasmettermi. Per questo motivo ascolto musica che va dagli anni Cinquanta ai primi Duemila.
Stamattina la modalità casuale della mia playlist ha fatto un piccolo miracolo che solo il caso riesce a realizzare. Una di quelle coincidenze che sembrano studiate da qualcuno.
Ho ascoltato una dopo l'altra, Free Bird dei Lynyrd Skynyrd, Child in Time dei Deep Purple e The Sound of Silence di Simon e Garfunkel.
Tre brani scritti tra il 1964 e i primi anni Settanta. Tre stupendi capolavori e tre modi diversi di raccontare l'essere umano. Soprattutto, tre canzoni ancora terribilmente attuali.
Free Bird parla della libertà e del prezzo che talvolta bisogna pagare per inseguirla. Dietro il celebre assolo finale c'è la confessione di qualcuno che ama profondamente ma sa di non riuscire a fermarsi.
"Se me ne andassi domani, ti ricorderesti ancora di me?"
L'«uccello libero» è la metafora di chi sente il bisogno irrefrenabile di seguire la propria strada, anche a costo di rinunciare all'amore. Non è un rifiuto dei sentimenti ma il doloroso riconoscimento che alcune persone non riescono a mettere radici.
Poi arriva Child in Time e se Free Bird parla della libertà individuale, il brano dei Deep Purple ci porta di fronte alla violenza collettiva. Generalmente interpretata come una protesta contro la guerra del Vietnam, la canzone utilizza immagini simboliche e un testo meno diretto per parlare del confine tra il bene e il male e del momento in cui ogni generazione è chiamata a scegliere da che parte stare. Ma c'è quell'urlo di Ian Gillan che da ragazzo lo consideravo soltanto una straordinaria dimostrazione tecnica. Oggi mi sembra il grido disperato di chi osserva l'umanità ripetere gli stessi errori, ancora e ancora.
E poi arriva The Sound of Silence e non Polly.
Forse è proprio il contrasto con il film che rende ancora più evidente il significato del brano.
Molti la interpretano come una canzone sulla solitudine ma in realtà parla soprattutto di incomunicabilità.
"Persone che parlano senza comunicare. Persone che sentono senza ascoltare."
Paul Simon descrive una società in cui le parole perdono significato, l'ascolto autentico scompare e ciascuno si rifugia nella propria solitudine.
Fa impressione pensare che questi versi siano stati scritti più di sessant'anni fa, molto prima dei social network, degli smartphone e della connessione permanente che vomita dati e che caratterizza il nostro tempo.
Eppure quei versi sembrano descrivere perfettamente il presente.
Nel passaggio dedicato al «dio al neon» si può leggere la televisione, il consumismo, l'adorazione della tecnologia o qualsiasi idolo creato dall'uomo che finisca per sostituire il pensiero critico.
Il finale mi colpisce ogni volta:
"Le parole dei profeti sono scritte sui muri della metropolitana e nei corridoi dei palazzi popolari."
La verità è sotto gli occhi di tutti, nascosta nelle cose più semplici e quotidiane. Il problema è che pochi si fermano davvero a guardarla.
Se Free Bird è il canto dell'individuo che sceglie la libertà, e Child in Time è il grido contro la guerra, The Sound of Silence è il sussurro di qualcuno che si accorge che le persone hanno smesso di capirsi davvero.
Forse è proprio questo a rendere immortali queste tre canzoni.
Non parlano degli anni Sessanta o degli anni Settanta.
Parlano di noi.
E, forse, Paul Simon aveva intuito qualcosa di profondamente umano.
Il contrario del silenzio non è il rumore. È l'ascolto.
Scrivo spesso di distopia, alienazione, responsabilità individuale e fallibilità umana ma questi tre brani toccano esattamente quei temi. Forse è per questo che continuo ad ascoltare musica di cinquant'anni fa. Non per nostalgia, ma perché certe domande non invecchiano mai.
Paolo Borzini
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