Il cyberpunk non è morto, è stato raggiunto dalla realtà
BLOG di Paolo Borzini
Sempre ripensando al BookDate del BissaBook di quest'anno, quando cominciavo a parlare di Neuromante scritto da Gibson nel 1984 dicevo che parlava di cose ed eventi che sono la normalità oggi. E ora mi sorge una domanda: ma se il cyberpunk è morto che cosa è diventato dopo che il mondo ha iniziato ad assomigliargli?
Secondo me non è morto, si è solo sciolto, disperso.
Ha smesso di essere soltanto un genere riconoscibile e si è miscelato nel paesaggio culturale, tecnologico e sociale in cui viviamo ogni giorno.
Negli anni Ottanta il cyberpunk sembrava futuro, c'erano hacker, megacorporazioni, cyberspazio, innesti, città infinite, identità instabili, vite marginali immerse nell’alta tecnologia.
Oggi molte di quelle cose non sono più futuro, sono cronaca e normalità.
Il cyberpunk classico è diventato in parte estetica retrofuturistica con i suoi neon, pioggia, monitor a tubo catodico, terminali verdi, giacche nere, vicoli sporchi, insegne orientali, synth e città verticali. Non predice più il futuro ma lo evoca dall'immaginario degli anni Ottanta.
Eppure la parte più importante non era l’arredamento ma era la diagnosi del sistema.
Il cyberpunk raccontava un mondo in cui la tecnologia non liberava l’essere umano, ma lo trasformava in dato, profilo, merce, utenza, corpo modificabile, lavoratore sostituibile, consumatore sorvegliato.
E purtroppo questa parte non è invecchiata, anzi è peggiorata basta guardare la realtà di tutti i giorni.
Oggi il cyberspazio non è più una frontiera mistica abitata da cowboy della console ma è lo schermo dello smartphone, è l’app della banca, è il profilo social, è il QR code, è il consenso privacy accettato senza leggere, è l’algoritmo che decide cosa vediamo, cosa compriamo, chi incontriamo e quanto valiamo.
Le megacorporazioni non hanno bisogno di grattacieli minacciosi illuminati dai neon. Possono stare dentro una piattaforma, un motore di ricerca, un marketplace, un sistema operativo, una carta di credito, un servizio cloud.
La “bassa vita” non è più necessariamente il fuorilegge affascinante con gli occhiali a specchio.
È il rider.
È il precario.
È chi lavora per un’app.
È chi viene valutato da una stellina.
È chi esiste solo finché il sistema lo riconosce.
Per questo il cyberpunk non è morto.
È diventato meno visibile perché è diventato normale.
Una parte è rimasta come estetica vintage.
Una parte è diventata postcyberpunk, cioè fantascienza più vicina al presente, meno romantica e meno interessata al ribelle solitario.
Una parte si è spostata verso il biopunk, dove il campo di battaglia non è più solo il computer ma il corpo, il gene, il cibo, la malattia, l’ambiente.
Una parte ha generato reazioni opposte, come il solarpunk, che prova a immaginare futuri sostenibili invece di accettare soltanto rovine, corporation e neon che illuminano la pioggia.
Gibson stesso, dopo lo Sprawl, si è avvicinato sempre di più al presente. Nei romanzi successivi la tecnologia non è più magia lontana, ma branding, moda, rete, informazione, sorveglianza, mercato, immagini, ossessioni contemporanee.
Forse è questa la risposta più semplice.
Quando una profezia viene assorbita dalla vita quotidiana, smette di sembrare profezia.
Diventa arredamento.
Diventa abitudine.
Diventa aria.
Il problema è che continuiamo a viverla.
In sostanza il cyberpunk non è morto, è stato raggiunto dalla realtà.
Detta in altre parole il cyberspazio non è più una frontiera è lo spazio che abbiamo già colonizzato e che non capiamo più.
Secondo me non è morto, si è solo sciolto, disperso.
Ha smesso di essere soltanto un genere riconoscibile e si è miscelato nel paesaggio culturale, tecnologico e sociale in cui viviamo ogni giorno.
Negli anni Ottanta il cyberpunk sembrava futuro, c'erano hacker, megacorporazioni, cyberspazio, innesti, città infinite, identità instabili, vite marginali immerse nell’alta tecnologia.
Oggi molte di quelle cose non sono più futuro, sono cronaca e normalità.
Il cyberpunk classico è diventato in parte estetica retrofuturistica con i suoi neon, pioggia, monitor a tubo catodico, terminali verdi, giacche nere, vicoli sporchi, insegne orientali, synth e città verticali. Non predice più il futuro ma lo evoca dall'immaginario degli anni Ottanta.
Eppure la parte più importante non era l’arredamento ma era la diagnosi del sistema.
Il cyberpunk raccontava un mondo in cui la tecnologia non liberava l’essere umano, ma lo trasformava in dato, profilo, merce, utenza, corpo modificabile, lavoratore sostituibile, consumatore sorvegliato.
E purtroppo questa parte non è invecchiata, anzi è peggiorata basta guardare la realtà di tutti i giorni.
Oggi il cyberspazio non è più una frontiera mistica abitata da cowboy della console ma è lo schermo dello smartphone, è l’app della banca, è il profilo social, è il QR code, è il consenso privacy accettato senza leggere, è l’algoritmo che decide cosa vediamo, cosa compriamo, chi incontriamo e quanto valiamo.
Le megacorporazioni non hanno bisogno di grattacieli minacciosi illuminati dai neon. Possono stare dentro una piattaforma, un motore di ricerca, un marketplace, un sistema operativo, una carta di credito, un servizio cloud.
La “bassa vita” non è più necessariamente il fuorilegge affascinante con gli occhiali a specchio.
È il rider.
È il precario.
È chi lavora per un’app.
È chi viene valutato da una stellina.
È chi esiste solo finché il sistema lo riconosce.
Per questo il cyberpunk non è morto.
È diventato meno visibile perché è diventato normale.
Una parte è rimasta come estetica vintage.
Una parte è diventata postcyberpunk, cioè fantascienza più vicina al presente, meno romantica e meno interessata al ribelle solitario.
Una parte si è spostata verso il biopunk, dove il campo di battaglia non è più solo il computer ma il corpo, il gene, il cibo, la malattia, l’ambiente.
Una parte ha generato reazioni opposte, come il solarpunk, che prova a immaginare futuri sostenibili invece di accettare soltanto rovine, corporation e neon che illuminano la pioggia.
Gibson stesso, dopo lo Sprawl, si è avvicinato sempre di più al presente. Nei romanzi successivi la tecnologia non è più magia lontana, ma branding, moda, rete, informazione, sorveglianza, mercato, immagini, ossessioni contemporanee.
Forse è questa la risposta più semplice.
Quando una profezia viene assorbita dalla vita quotidiana, smette di sembrare profezia.
Diventa arredamento.
Diventa abitudine.
Diventa aria.
Il problema è che continuiamo a viverla.
In sostanza il cyberpunk non è morto, è stato raggiunto dalla realtà.
Detta in altre parole il cyberspazio non è più una frontiera è lo spazio che abbiamo già colonizzato e che non capiamo più.
Paolo Borzini
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