Governare l’IA senza dire nulla
BLOG di Paolo Borzini
Leggevo sul giornale locale un trafiletto sulla presentazione di un libro, una sorta di codice etico per l’IA.
Si vede che dopo «Magnifica Humanitas» di Papa Leone qualcuno si è sentito ispirato. Oppure viceversa, ma questo caso non è il punto.
Il punto è il modo in cui era scritto, con il solito tono da comunicato stampa travestito da articolo culturale.
Il problema non è il tema, perché il tema è serio. IA, competenza, lavoro, responsabilità, controllo degli strumenti. Tutto giusto. Tutto importante.
Quello che fa girare i cabasisi, come direbbe il commissario Montalbano, è il modo in cui viene impacchettato e infiocchettato.
La frase scatenante è questa: “Lo fa da una prospettiva concreta, lontana sia dall’entusiasmo cieco sia dal timore paralizzante.”
Che si potrebbe brutalmente tradurre così: “Non siamo né tecnofanatici né luddisti, quindi siamo automaticamente equilibrati.”
È una formula ormai abusata e serve a piazzarsi subito nel centro virtuoso, come se bastasse dichiararlo per esserlo.
Poi arriva l’altra frase, che aumenta i giri del giramento: “la differenza tra usare uno strumento e avere la vera competenza per governarlo.”
Questa sarebbe più vera se non fosse gonfiata con parole come “governarlo”. Certo, suona bene. Però bisogna poi vedere cosa significa davvero.
Governare l’IA vuol dire sapere programmare? Capire i dati? Capire i processi aziendali? Capire i limiti legali? Sapere quando non usarla? Tutti questi punti insieme?
Perché se fosse vero, quattro quinti delle persone che usano computer e strumenti digitali dovrebbero studiare per una patente, come si fa con l’automobile o la moto.
Siamo alle solite, uno che riesce a premere qualche tasto “sa usare il computer”. Uno che usa il mouse e spegne correttamente la macchina è già considerato un genio.
Questi articoletti spesso sembrano dire: “Finalmente qualcuno parlerà di IA in modo concreto.”
Ma poi non ti danno un solo elemento concreto.
Non dicono quali lavori cambiano.
Non dicono quali competenze servono davvero.
Non dicono quali errori fanno le aziende.
Non dicono dove l’IA è utile.
Non dicono dove è la fuffa.
Non dicono chi decide.
Non dicono chi paga.
Non dicono chi viene tagliato fuori.
Non dicono chi controlla i risultati.
Usano parole come etica, competenza, futuro del lavoro, prospettiva concreta, entusiasmo cieco, timore paralizzante, vera competenza.
Parole giuste e sono talmente giuste da non sbagliare mai, proprio per questo sospette.
Restano lì, sospese in aria come lanterne di carta nel vento.
E quindi ti girano, perché senti odore di conferenza intelligente per persone che vogliono sentirsi aggiornate senza sporcarsi le mani con i dettagli tecnici.
Poi magari il libro è anche valido. Non lo sto giudicando senza averlo letto.
Però l’articolo lo presenta con quel linguaggio da brochure culturale:
“tema urgente del nostro tempo”
“prospettiva concreta”
“entusiasmo cieco”
“timore paralizzante”
“vera competenza”
Tutte frasi sospettamente corrette.
Il nostro Commissario direbbe: “Catarella, qui non si capisce se l’intelligenza artificiale deve aiutare i cristiani a lavorare meglio o deve servire ai padroni per dire che la competenza umana è importante mentre intanto tagliano personale.”
Ecco perché dà fastidio.
Non perché parla di IA.
Ma perché parla di IA con il linguaggio levigato e limato di chi vuole sembrare profondo senza dire nulla.
Il punto è il modo in cui era scritto, con il solito tono da comunicato stampa travestito da articolo culturale.
Il problema non è il tema, perché il tema è serio. IA, competenza, lavoro, responsabilità, controllo degli strumenti. Tutto giusto. Tutto importante.
Quello che fa girare i cabasisi, come direbbe il commissario Montalbano, è il modo in cui viene impacchettato e infiocchettato.
La frase scatenante è questa: “Lo fa da una prospettiva concreta, lontana sia dall’entusiasmo cieco sia dal timore paralizzante.”
Che si potrebbe brutalmente tradurre così: “Non siamo né tecnofanatici né luddisti, quindi siamo automaticamente equilibrati.”
È una formula ormai abusata e serve a piazzarsi subito nel centro virtuoso, come se bastasse dichiararlo per esserlo.
Poi arriva l’altra frase, che aumenta i giri del giramento: “la differenza tra usare uno strumento e avere la vera competenza per governarlo.”
Questa sarebbe più vera se non fosse gonfiata con parole come “governarlo”. Certo, suona bene. Però bisogna poi vedere cosa significa davvero.
Governare l’IA vuol dire sapere programmare? Capire i dati? Capire i processi aziendali? Capire i limiti legali? Sapere quando non usarla? Tutti questi punti insieme?
Perché se fosse vero, quattro quinti delle persone che usano computer e strumenti digitali dovrebbero studiare per una patente, come si fa con l’automobile o la moto.
Siamo alle solite, uno che riesce a premere qualche tasto “sa usare il computer”. Uno che usa il mouse e spegne correttamente la macchina è già considerato un genio.
Questi articoletti spesso sembrano dire: “Finalmente qualcuno parlerà di IA in modo concreto.”
Ma poi non ti danno un solo elemento concreto.
Non dicono quali lavori cambiano.
Non dicono quali competenze servono davvero.
Non dicono quali errori fanno le aziende.
Non dicono dove l’IA è utile.
Non dicono dove è la fuffa.
Non dicono chi decide.
Non dicono chi paga.
Non dicono chi viene tagliato fuori.
Non dicono chi controlla i risultati.
Usano parole come etica, competenza, futuro del lavoro, prospettiva concreta, entusiasmo cieco, timore paralizzante, vera competenza.
Parole giuste e sono talmente giuste da non sbagliare mai, proprio per questo sospette.
Restano lì, sospese in aria come lanterne di carta nel vento.
E quindi ti girano, perché senti odore di conferenza intelligente per persone che vogliono sentirsi aggiornate senza sporcarsi le mani con i dettagli tecnici.
Poi magari il libro è anche valido. Non lo sto giudicando senza averlo letto.
Però l’articolo lo presenta con quel linguaggio da brochure culturale:
“tema urgente del nostro tempo”
“prospettiva concreta”
“entusiasmo cieco”
“timore paralizzante”
“vera competenza”
Tutte frasi sospettamente corrette.
Il nostro Commissario direbbe: “Catarella, qui non si capisce se l’intelligenza artificiale deve aiutare i cristiani a lavorare meglio o deve servire ai padroni per dire che la competenza umana è importante mentre intanto tagliano personale.”
Ecco perché dà fastidio.
Non perché parla di IA.
Ma perché parla di IA con il linguaggio levigato e limato di chi vuole sembrare profondo senza dire nulla.
Paolo Borzini
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