I computer non sono vasi etruschi
BLOG di Paolo Borzini
Ovvero, perché un computer acceso ha molte più cose da raccontare di uno spento.
C'è una cosa che, durante le manifestazioni di retrocomputing, faccio davvero fatica a comprendere, il vedere computer perfettamente funzionanti esposti sui tavoli, rigorosamente spenti.
Magari sono macchine rare, costose, esteticamente magnifiche. Sono state pulite, lucidate e sistemate con cura, talvolta accompagnate da un cartellino che ne elenca le caratteristiche tecniche.
E poi?
Niente, sono lì, immobili, come un vaso etrusco in una teca di museo.
Ora, non ho assolutamente nulla contro i musei. Anzi, sono luoghi fondamentali per conservare e tramandare la nostra storia. Ma un computer ha una caratteristica che lo distingue da un'anfora romana o da una spada medievale, è una macchina progettata per fare qualcosa.
E quel qualcosa, molto spesso, è infinitamente più interessante di una semplice fotografia.
Ho sempre amato i computer che possiedono una propria personalità.
L'Amstrad CPC 6128 Plus, il SAM Coupé, il Commodore PET, l'Atari 1040STe, l'Amiga 1200, l'Acorn RiscPC, la SGI Octane o il PCW 8256 sono macchine che riconosci immediatamente.
Non sono soltanto scatole contenenti circuiti elettronici, ma il risultato di scelte estetiche e progettuali precise, a volte coraggiose, altre discutibili, ma quasi sempre riconoscibili.
In un'epoca dominata da una moltitudine di PC compatibili racchiusi in contenitori beige, spesso indistinguibili l'uno dall'altro, molti costruttori cercavano ancora di dare ai propri prodotti un'identità.
Non sempre ci riuscivano, naturalmente. Esistevano anche autentici orrori estetici, come l'Holborn 9120 che, visto di fianco, ricorda E.T. 😜 Ma almeno ci provavano.
Eppure, per quanto possa apprezzare la bellezza esteriore di un computer, ciò che mi incuriosisce ancora di più è quello che si nasconde sotto il cofano.
Nel caso del Commodore PET, l'espressione è particolarmente appropriata, visto che la parte superiore del computer può essere letteralmente sollevata, proprio come il cofano di un'automobile. Con tanto di asta per tenerlo aperto.
Quando esponevo i miei Acorn RiscPC, non mi limitavo a mostrarne l'elegante case con il caratteristico frontalino bombato, li aprivo.
Volevo che le persone vedessero la modularità della macchina, la disposizione dei componenti, la possibilità di espandere il sistema aggiungendo ulteriori moduli al contenitore, le cosiddette slice, e soprattutto l'idea di poter utilizzare processori di architetture differenti.
Naturalmente il computer rimaneva acceso e funzionante.
Lo stesso valeva per la mia Silicon Graphics Octane, una macchina dall'aspetto quasi fantascientifico. Un monolito verde scuro, con una sottile fascia luminosa sul frontale, che sembrava uscito direttamente da un film.
Ma la vera meraviglia era dentro, un'ingegnerizzazione straordinaria, con componenti progettati per incastrarsi e collegarsi attraverso un'architettura studiata nei minimi particolari. Un Tetris progettato da ingegneri particolarmente ispirati.
Quando la esponevo, mettevo accanto alla macchina uno dei moduli grafici, per mostrare ai visitatori quanto fossero differenti certe soluzioni rispetto a quelle dei comuni PC.
E naturalmente anche l'Octane era accesa.
Con un piccolo inconveniente, almeno quando la utilizzavo a casa, prima di premere il pulsante di accensione, era prudente verificare che non fossero già in funzione lavatrice, asciugatrice o lavastoviglie.
L'Octane era e rimane un capolavoro di ingegneria, ma non esattamente un esempio di risparmio energetico.
Tornando alle manifestazioni, credo che il computer più interessante non sia necessariamente quello più raro, costoso o potente.
Posso passare mezz'ora davanti a un comunissimo home computer se qualcuno mi mostra un programma originale, una modifica hardware ingegnosa o semplicemente qualcosa che non conoscevo.
Al contrario, posso attraversare una sala piena di macchine rarissime senza fermarmi, se queste rimangono spente e nessuno racconta cosa le renda speciali.
Perché vedere un computer in funzione significa anche scoprire come si lavorava con quella macchina, come si presentava la sua interfaccia, quanto fosse veloce, quali limiti avesse e quali soluzioni avessero escogitato i programmatori per superarli.
E soprattutto significa poter interagire.
È sempre piacevole vedere un visitatore riconoscere il computer della propria giovinezza e cominciare a raccontare aneddoti. Oppure osservare la curiosità di un ragazzo che non ha mai visto una macchina a 8 bit e magari si stupisce nello scoprire che poteva essere programmata direttamente, senza installare nulla.
Sono momenti nei quali il retrocomputing smette di essere una semplice esposizione di oggetti e diventa uno scambio di esperienze.
Naturalmente non sto suggerendo di accendere indiscriminatamente qualunque macchina. Un prototipo, un computer particolarmente raro, un esemplare fragile o non ancora restaurato possono avere un enorme valore storico anche da spenti. E non avrebbe alcun senso rischiare di danneggiarli per dimostrare che funzionano.
Il mio discorso riguarda quelle macchine che potrebbero tranquillamente essere mostrate all'opera e che invece rimangono immobili sopra un tavolo.
Il retrocomputing, almeno per come lo intendo io, non consiste soltanto nell'accumulare vecchi computer, restaurarli e allinearli sopra uno scaffale.
Significa comprenderli, utilizzarli, esplorarne le caratteristiche e, perché no, provare ancora oggi a superarne i limiti.
Scrivere un programma per una macchina progettata quarant'anni fa, costruire una nuova interfaccia oppure collegare due sistemi che, all'epoca, difficilmente avrebbero avuto occasione di comunicare tra loro.
Non si tratta di negare il valore del collezionismo o della conservazione. Senza chi ha recuperato e custodito queste macchine, molte sarebbero scomparse per sempre.
Ma credo che esista una differenza tra conservare un computer e mantenerlo vivo.
Un computer spento può raccontarci com'era fatto. Uno acceso può mostrarci che cosa sapeva fare. Ma uno aperto, acceso e funzionante può raccontarci entrambe le storie.
Per questo, quando partecipo a una manifestazione di retrocomputing, preferisco portare qualcosa che possa essere visto, spiegato e soprattutto utilizzato.
Possibilmente con l'interruttore su ON.
Paolo Borzini
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