Il Mio Pianeta
BLOG di Paolo Borzini
Più di trent’anni fa scrissi questo racconto per un concorso letterario. Il tema imponeva la presenza di una panchina.
Sistemando una piccolissima parte dello studio ne ho ritrovato una vecchia copia cartacea e, rileggendola oggi, mi sono reso conto di due cose. La prima è che l’idea di fondo mi apparteneva già allora. La seconda è che la mia scrittura aveva ancora parecchia strada da fare.
Ho quindi trascritto il testo originale del 1994 e l’ho corretto, senza cambiarne il nucleo. Lo pubblico qui come piccolo recupero dal passato e anche come promemoria personale. Ogni tanto fa bene vedere com’eravamo, non per indulgere nella nostalgia, ma per misurare il cammino.
di Paolo Borzini
Era lì, davanti a me, con l’aria di chi volesse interrogarmi. La mia immagine riflessa nello specchio d’acqua mi fissava e mi metteva a disagio, come se stessi nascondendo qualcosa a me stesso.
Mi alzai e d’istinto cercai il pacchetto di sigarette in tasca, ma non lo trovai. Dimenticavo sempre che, almeno lì, mi ero imposto di non fumare.
Mi guardai intorno. Ero contento di me stesso per aver sistemato la panchina in quel posto, in riva al laghetto, tra i salici piangenti che con i loro rami sfioravano appena l’acqua lucida, quasi argentea.
Mi sentivo bene. Era parecchio tempo che non mi sentivo così. In questo mondo frenetico è difficile trovare un posto in cui rilassarsi.
Mi rimisi a sedere sulla panchina, ammirando di nuovo il paesaggio attorno a me.
Stavo bene lì. Assomigliava molto al parco dove mia madre portava me e mia sorella a giocare.
Lei si sedeva sulla panchina con il viso sorridente, e la felicità le sprizzava da tutti i pori mentre ci guardava correre. Aveva l’aria di chi contempla i propri tesori.
Noi saltavamo e correvamo finché non ci chiamava a sé. Allora ci faceva sedere sulla panchina accanto a lei e tirava fuori la merenda dalla borsa. Mi sembrava ancora di sentire in bocca il gusto del pane e grana che ci dava. Mangiavamo con la bramosia di chi non tocca cibo da una settimana, poi tornavamo subito ai nostri giochi, sempre sotto il suo sguardo vigile.
Guardai d’istinto la panchina su cui ero seduto, quasi volessi ritrovarla com’era nei miei ricordi. Ma non c’era niente.
Nessuna scritta. Nessun segno. Nulla.
La panchina era lì, con il suo verde lucido e la vernice intatta, quasi asettica, pronta soltanto a fare la panchina. Le mancava quell’aria da panchina di parco, da panchina vissuta, impregnata dei ricordi e delle presenze di chi vi si era seduto.
Cominciavo a stancarmi. Mi dava fastidio quella staticità, quel senso di distacco. Avevo creduto di costruirmi un paradiso, e invece stava diventando un inferno.
Mi guardai intorno e cominciai a notare tutto quello che mancava. Mancava il cinguettio dei passeri. Mancava il profumo dei fiori sul prato. Mancava il ronzio delle api. Mancava il vento che scompiglia i capelli, increspa l’acqua del laghetto e porta con sé l’odore della primavera.
Basta.
La magia di quell’istante era fuggita, come fugge il fumo nell’aria ventosa, lasciando il posto alla sensazione angosciosa di non aver fatto abbastanza. Non ero riuscito a realizzare ciò che volevo.
L’angoscia cominciò a salirmi dal petto e a riversarsi in tutto il corpo come un fremito.
Dopo tutto il lavoro che avevo fatto per costruirmi quell’angolo di paradiso, avevo fallito. O forse avevo dimenticato i particolari più importanti, quelli che trasformano uno scenario in un luogo vivo, e un’immagine di pace nella pace stessa.
Non ne potevo più di quella sensazione di fallimento, di incompletezza.
Alzai il braccio, feci apparire un menu pull-down, selezionai “Exit”, mi tolsi il casco della realtà virtuale.
Spensi il computer e me ne andai a letto, sperando che almeno quello fosse reale.
Paolo Borzini
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