Quell’estate, il bunker sotto la cantina e la fine del mondo che non è mai arrivata.
BLOG di Paolo Borzini
Da studente andai a lavorare per la stagione estiva in un ristorante ad Ascona, in Svizzera.
Alle superiori, in quel periodo, ero uno tra i più bravi in cucina e il professore chef ci fece scegliere per primi tra le varie richieste dei ristoratori. Io scelsi la Svizzera, un po’ per allontanarmi dai miei e un po’ per fare esperienza.
Lago, sole, soldi non facili ma sudati, e in cucina si suda parecchio. Ragazze tedesche, prime mance, qualche birra, primi assaggi di vita vera. Insomma, la vita.
Ma la cosa che mi è rimasta dentro non è solo il profumo del Lago Maggiore , il rumore delle stoviglie a fine servizio e il profumo di pulito.
È stata una discesa.
Un pomeriggio, terminato di sistemare la cucina, il mio chef mi disse «Vieni, ti faccio vedere una cosa.»
Scendemmo le scale del palazzo dove abitava. Superammo la cantina. Poi ancora più giù oltre una porta blindata. Luci spente e l'umidità di un altro mondo che ti accoglieva.
E davanti a me, un bunker antiatomico.
Perfetto.
Tavoli metallici, letti a castello, scatolette, filtri, aria che sapeva di fine del mondo.
Credo che quel momento mi abbia segnato, ma non in modo traumatico, sia chiaro. Semplicemente ero un adolescente, in televisione si parlava spesso di atomiche, missili, Reagan e stanza dei bottoni. Avevo visto da poco The Day After – Il giorno dopo e quella paura, fino a quel momento televisiva, improvvisamente era diventata concreta.
La fine del mondo aveva un posto, aveva una porta, aveva dei letti.
Aveva persino una scorta di fagioli in scatola. E negli anni Ottanta, se pensavi ai fagioli, non potevano non venirti in mente Bud Spencer e Terence Hill.
Perché erano gli anni Ottanta e, per quanto possa sembrare assurdo, gli anni Ottanta ci hanno salvati tutti.
Ci hanno salvati con la musica, con i primi video, con VideoMusic, con le sale giochi dove non si andava solo per giocare, ma anche per conoscere gli altri. Al Jolly Blu conobbi Max, ma questa è un’altra storia.
Ci hanno salvati perfino dai nostri Ciao pompati all’inverosimile, portati al limite con l’incoscienza giusta dell’età sbagliata. C’era chi avrebbe montato una batteria d’auto pur di installare un’autoradio sul motorino, magari giallo o verde militare.
Una follia, certo. Ma una follia meccanica, fisica, rumorosa. Una follia che almeno puzzava di benzina e non di algoritmo.
E guai a girare senza un pezzo di cartavetrata in tasca per pulire la candela. O a rimanere senza miscela, perché la pena era pedalare come un forsennato per avanzare pochi metri alla volta.
Oggi è diverso.
Più brutto, più inquietante.
L’apocalisse non ha più un bunker. Ora è liquida, silenziosa, distribuita. A volte, forse spesso, arriva attraverso uno schermo. Attraverso i social.
Non ce li vedo i ragazzini di oggi negli anni Ottanta. Probabilmente ne uscirebbero traumatizzati.
Non perché siano peggiori, ma perché sono cresciuti in un ambiente mentale completamente diverso.
Gli anni Ottanta erano più ruvidi, più fisici, più esposti. Pochi filtri, poca protezione e poca spiegazione. Se cadevi, ti rialzavi. Se avevi paura, spesso te la tenevi o ne parlavi con gli amici all'oratorio. Se volevi capire una cosa, dovevi cercarla, smontarla, rompere qualcosa, chiedere a qualcuno, leggere un manuale scritto male.
Quel mondo non ti dava l’interfaccia semplificata.
Oggi invece c’è una protezione apparente continua, ma sotto c’è un’inquietudine peggiore. Tutto è monitorato, commentato, giudicato, registrato. Ogni sciocchezza può diventare pubblica. Ogni opinione può diventare identità. Ogni paura viene amplificata da uno schermo.
Negli anni Ottanta avevi la paura atomica, ma poi uscivi in cortile.
Oggi magari non hai il fungo atomico nel telegiornale ogni sera, ma hai una guerra psicologica permanente in tasca.
Noi invece, quasi per istinto, ci ridevamo sopra.
Al massimo pensavi «Sono sul set di Ritorno al futuro.»
Oppure, se eri più smanettone, potevi scegliere «Giochiamo alla guerra termonucleare globale?»
Da WarGames o ancora «Questo è il Master Control Program.» da Tron.
E poi c’era quel film di cui parlavamo prima, quello che girava di bocca in bocca:
The Day After – Il giorno dopo.
Dicevi all’amico «Lo hai visto?» E lui ti rispondeva «Faceva paura sul serio.»
Ma la mattina dopo andavi a scuola come se niente fosse. Con la stessa leggerezza con cui oggi ci si mette in macchina e si parte.
Forse perché crescere con l’idea che tutto può finire, ma poi non finisce mai davvero, ti dà una forza strana.
Cazzo, mi mancano gli anni Ottanta.
E credo di non essere il solo.
Paolo Borzini
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