La storia non è il passato. È il racconto di qualcuno.
BLOG di Paolo Borzini
Oggi, la prima domenica di maggio, camminando, pensavo alla storia.
Quella antica, quella moderna, quella che studiamo a scuola, quella che leggiamo nei libri, quella che ci viene raccontata come se fosse scolpita nella pietra.
Ma la storia, in fondo, chi l’ha scritta?
Perché se è vero, anche solo in parte, che la storia la scrivono i vincitori, allora bisogna avere il coraggio di dirlo che non stiamo leggendo la verità. Stiamo leggendo una versione. Una versione comoda a qualcuno.
Pensiamo a Nerone.
Per secoli ce lo hanno raccontato come un mostro, un folle, un incendiario, quasi una caricatura. Ma chi ha costruito quel ritratto? Tacito, senatore romano, quindi appartenente a una classe che con Nerone aveva più di un conto in sospeso. Svetonio, con il suo gusto per l’aneddoto scandaloso (ricorda qualcuno? 😜). Gli storici cristiani, che scrivevano con tutto l’interesse a trasformarlo nel grande persecutore, nel simbolo del male imperiale.
Questo non vuol dire che Nerone fosse un santo. Non è questo il punto, ovviamente il punto è un altro.
Quando leggo un’accusa, devo chiedermi chi la sta facendo. Da dove parla. Per chi scrive. Chi odia. Chi vuole convincere. Chi vuole salvare. Chi vuole seppellire.
Perché il passato è accaduto una volta sola ma invece la storia viene raccontata molte volte. E ogni volta cambia un po’.
Succede anche con Colombo.
Continuiamo a dire che ha scoperto l’America. Frase comoda, breve, scolastica. Peccato che le Americhe fossero già abitate da millenni. Peccato che altri europei ci fossero arrivati prima. Colombo non “scoprì” l’America nel senso ingenuo che ci hanno ripetuto. Aprì, dal punto di vista europeo, una rotta stabile che cambiò il mondo. Detta così e molto diverso, è meno mitologico, ma più vero.
Ed è proprio qui che nasce il problema., la storia ama le frasi semplici e i vincitori ancora di più.
Nerone il mostro.
Colombo lo scopritore.
I barbari barbari.
Il Medioevo buio.
Roma civiltà.
Tutti gli altri primitivi.
Tutto ordinato, tutto pulito, tutto facile da ricordare. Tutto troppo facile.
Quando un personaggio storico sembra scritto come il cattivo di un fumetto, qualcosa non torna. Quando un popolo è sempre selvaggio e un altro sempre civilizzato, qualcosa non torna. Quando un’epoca intera viene liquidata con una parola, qualcosa non torna. Quando un popolo vuole portare pace e giustizia in tutto il mondo, qualcosa non torna.
La verità, di solito, è più scomoda. Più sporca. Meno vendibile e forse meno fruibile.
Allora quale faro usare?
Non una fonte sola. Mai.
Il faro è il dubbio. Ma non il dubbio sterile di chi dice “allora è tutto falso”. Quella è pigrizia travestita da intelligenza. Il dubbio vero è lavoro. È confronto. È metodo.
Se una cosa la dice solo il nemico, la metto in sospeso.
Se la dicono anche fonti diverse, magari ostili tra loro, allora comincia a diventare più solida.
Se un fatto è confermato da iscrizioni, monete, reperti, documenti, allora pesa di più.
La pietra non dice sempre la verità, ma spesso mente meno della penna o di la usa.
E bisogna anche separare il fatto dal giudizio.
Che durante il regno di Nerone ci sia stato il grande incendio di Roma è un fatto.
Che Nerone abbia incendiato Roma perché era pazzo e malvagio è un’altra cosa. Sono accuse, interpretazioni e propaganda.
E la storia di Nerone che suona mentre Roma brucia? Bella scena, certo, ottima per costruire il mostro. Peccato che il violino non esistesse ancora e certo c’era la cetra, ma il punto resta; un’immagine potente può sopravvivere per secoli anche quando è falsa o deformata.
Perché funziona e ciò che funziona, nella memoria collettiva, spesso batte ciò che è vero.
Pensiamo solo alla frase «Santa Lucia il giorno più corto che ci sia» Prima del 1582 era vero. Poi il calendario gregoriano ha sistemato lo sfasamento, ma la frase è rimasta nel pensiero collettivo. Da oltre 440 anni la ripetiamo a pappagallo, senza più chiederci se sia ancora vera.
Quindi la domanda giusta non è «Nerone era buono o cattivo?» ma la domanda giusta è
«Chi aveva bisogno che Nerone venisse ricordato come un mostro?»
Questa domanda cambia tutto e apre tante porte.
Il Senato aveva i suoi motivi. I cristiani avevano i loro. Le dinastie successive avevano i loro. Gli storici avevano i loro. Ognuno aggiungeva un mattone. E dopo duemila anni ti ritrovi davanti non un uomo, ma una statua deformata da mani interessate.
Vale per Nerone.
Vale per Colombo.
Vale per mille altri nomi che abbiamo imparato sui banchi di scuola senza chiederci chi avesse scritto davvero quelle righe.
La storia non va buttata via, sarebbe stupido ma va letta.
Va letta come si ascolta un testimone in un’indagine. Con attenzione e magari con rispetto, ma senza inginocchiarsi.
Perché ogni testimone ha un punto cieco, ogni cronista ha una paura, ogni storico ha una ferita e ogni epoca ha i suoi padroni.
E allora forse il faro non è là fuori.
Non è Tacito.
Non è Svetonio.
Non è il libro di scuola.
Non è nemmeno lo storico moderno che oggi rivaluta ciò che ieri era condannato.
Il faro siamo noi, quando leggiamo senza spegnere il cervello.
Quando davanti a una verità troppo comoda ci fermiamo un momento e chiediamo:
A chi serviva raccontarla così?
Forse è da lì che comincia davvero la storia.
Non da quello che ci hanno detto.
Ma dal momento in cui iniziamo a dubitarne.
Paolo Borzini
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