Ascoltare Battiato come un koan zen
BLOG di Paolo Borzini
Ascoltare Battiato come un koan zen
Sono probabilmente, dal punto di vista musicale, sempre ancorato all’arco di tempo che va dagli anni Settanta ai Duemila. Oggi, come allora, ascolto più o meno la stessa musica, ma in quel periodo ne è stata prodotta così tanta, e di qualità così alta, che non finisco certo per ascoltare la stessa canzone per anni.
Da adolescente, negli anni Ottanta, ascoltavo Battiato nel walkman. E mi spiazzava. Non era solo una questione musicale. C’erano quel basso, quel ritmo, che ti entravano dentro in modo quasi fisico, e sopra scorrevano parole che non si lasciavano afferrare fino in fondo.
Non era la solita canzone da capire o da canticchiare. Ti prendeva e ti lasciava lì, in bilico. Da una parte il ritmo, dall’altra il testo. E tu nel mezzo.
Molto tempo dopo ho capito a cosa assomigliasse quella sensazione. Al test Voight-Kampff di Blade Runner. Non perché Battiato c’entrasse davvero con i replicanti, ma perché l’effetto era quello. Un meccanismo che non ti chiedeva di capire. Ti osservava. Ti metteva alla prova.
Deckard fa domande che sembrano assurde, ma non gli interessa la risposta in sé. Gli interessa il punto in cui qualcosa si incrina. Il riflesso. L’esitazione. Il momento in cui non controlli più del tutto quello che sei.
Con certe canzoni di Battiato succedeva qualcosa di simile. Le ascoltavo, mi piacevano, mi restavano dentro, ma non riuscivo a ridurle a un significato semplice. Ed era proprio quello il punto. Non davano una risposta immediata. Ti toglievano il terreno sotto i piedi.
Forse è per questo che mi sono rimaste addosso. Non per nostalgia, e nemmeno per culto. Mi sono rimaste perché non si lasciavano consumare in fretta. Ogni volta ci sentivo dentro qualcosa che mi sfuggiva, e proprio per questo continuavo ad ascoltare.
Erano piccoli cortocircuiti. E forse, alla fine, era proprio questo che colpiva davvero. Non solo il fatto che dicessero qualcosa, ma il fatto che, per un attimo, mandassero in crisi il modo abituale di ascoltare, pensare e reagire. Un po’ come accade con certi koan zen, domande che non cercano una risposta logica, ma un piccolo scarto interiore.
Paolo Borzini
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