1984, Big Brother era davvero il Grande Fratello?

BLOG di Paolo Borzini 

1984, Big Brother era davvero il Grande Fratello?

La questione, secondo me, è tutt’altro che secondaria, perché tocca il cuore stesso del lavoro di traduzione e, insieme, il significato profondo del romanzo.

Negli ultimi anni 1984 è tornato in libreria in parecchie nuove traduzioni. Il motivo, del resto, è semplice. Dal 1° gennaio 2021 le opere di George Orwell sono entrate nel pubblico dominio nell’Unione Europea e questo ha permesso a diversi editori di ripubblicare il romanzo. Per questo oggi ci troviamo davanti a più edizioni italiane, ognuna con una propria idea del testo e con una propria sensibilità.

Ma il punto che mi interessa davvero è un altro.

“Big Brother” va tradotto come “Grande Fratello” oppure come “Fratello Maggiore”?

La storica traduzione italiana di Gabriele Baldini, del 1950, scelse “Grande Fratello”. Ed è inutile negarlo, fu una scelta fortissima. Ha funzionato talmente bene da entrare nell’immaginario collettivo. Però proprio qui sta anche il problema. Col tempo quella formula si è cristallizzata, e poi è stata ulteriormente svuotata e banalizzata dall’uso televisivo che tutti conosciamo.

Eppure “Big Brother”, preso alla lettera, non è “Grande Fratello” nel senso in cui oggi lo intendiamo noi. È, più propriamente, “fratello maggiore”.

E la differenza non è da poco.

“Grande Fratello” fa pensare subito a qualcosa di enorme, distante, superiore, quasi a una presenza astratta che incombe dall’alto.

“Fratello Maggiore”, invece, ha un’altra connotazione. È più vicino, più domestico, più ambiguo e forse proprio per questo più inquietante. Non è soltanto il potere che ti osserva dall’esterno. È qualcuno che ti è accanto, che ti assomiglia, che in teoria dovrebbe proteggerti e invece ti controlla, ti misura, ti schiaccia.

Insomma, non un’entità remota e mostruosa, ma qualcosa che arriva da dentro casa.

Ed è questo, almeno per me, il punto più interessante.

Alcuni dei nuovi traduttori hanno scelto di lasciare Big Brother in inglese, anche per prendere le distanze dall’ombra ormai ingombrante del reality show. Altri hanno invece provato a restituire il senso più diretto dell’espressione, scegliendo Fratello Maggiore. E questa seconda soluzione, a mio avviso, recupera una sfumatura che in italiano si era persa o comunque attenuata.

Perché qui non si tratta solo di una sfumatura linguistica. Si tratta anche di come immaginiamo il potere.

Il potere totalitario di 1984 non è solo quello che reprime apertamente. È quello che entra nella vita privata, che si infila nel linguaggio, che altera la verità, che pretende di stabilire non solo ciò che devi fare, ma perfino ciò che devi pensare e ricordare. In questo senso “Fratello Maggiore” suona più sottile e più insidioso. Porta con sé un’idea di vicinanza tradita, di falsa protezione, di autorità quasi familiare che si trasforma in dominio.

Ecco perché non credo che sia una questione da maniaci della traduzione. Anzi. È una di quelle differenze piccole solo in apparenza, ma che cambiano il peso di una parola e, con essa, anche il modo in cui finiamo per leggere un libro.

Ecco, la mia impressione è questa.

Chiamarlo “Fratello Maggiore” non significa fare gli originali o i filologi a tutti i costi. Significa forse recuperare una parte del senso che “Grande Fratello”, pur essendo una formula storica e potente, col tempo ha un perso lo smalto.

Forse è anche per questo che “Fratello Maggiore” è più vicino all’incubo immaginato da Orwell. Non un dio lontano, ma qualcuno che vive accanto e non ti lascia mai solo.

Paolo Borzini

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