19 Marzo e riflessioni varie
BLOG di Paolo Borzini
C’è una frase che mi è rimasta impressa, in una conversazione recente. Parlavamo di schiavismo, astronauti e Hal 9000 – sì, esattamente, partiamo da lì – un amico ha risposto:
“Già. Finisce che uno apre il portello, qualcun’altro lo chiude, e un terzo comincia a dire con calma glaciale che tutto è sotto controllo. Meglio evitarla prima, quella deriva. Più verifica, meno deferenza.”
Ecco. Quella battuta lì. Capita al volo. Senza dover spiegare nulla.
È una cosa che ho sempre apprezzato, nelle persone che mi sono davvero affini. Quelle con cui condividi un certo modo di vedere il mondo, fatto di riferimenti, di linguaggi comuni, di storie che non devi raccontare per intero perché l’altro ha già completato il quadro nella sua testa.
Io ho due carissimi amici così. Nerd atipici, come me. Atipici nel senso che alcuni di quelli che abbiamo incrociato nella vita somigliano più a Gollum (senza offesa per Gollum, eh), mentre noi siamo persone abbastanza normali, solo che l’informatica è stata importante per la nostra crescita interiore.
In effetti quella differenza si sente subito. C’è il nerd “chiuso nel suo culto” – tutto feticcio, tic, pose e identità costruita su ossessioni. E poi c’è il nerd come noi; persone normali, magari pure molto concrete, che però hanno avuto l’informatica come base per la formazione mentale. Nell’immaginario. Nel modo di ragionare.
Non è costruire il proprio personaggio. È essersi portati dietro un certo modo di guardare il mondo. Smontarlo, capirlo, immaginarlo diverso, riderci sopra. E quel modo di vedere crea una parentela particolare. Una battuta su HAL 9000, un floppy disk, una porta seriale, un vecchio monitor e l’altro ha già capito metà del discorso.
Poi, certo, ci sono anche quelli che collezionano appartenenza più che curiosità. Quelli che amano il recinto, più che la materia. Noi, invece, l’informatica l’abbiamo vissuta come parte della crescita. Non come un costume da indossare.
E, detto brutalmente, forse siamo anche più sopportabili.
Qualche giorno fa ripensavo a una foto che mi piacerebbe far vedere, ma per vari motivi – e in primo luogo la riservatezza – è meglio di no. Siamo a Roma, nel 1990. Gli Hackfest in Italia non esistevano ancora. Eravamo lì, in una stanza, una decina di appassionati. Senza saperlo, in parte, eravamo quelli che hanno contribuito a costruire l’informatica italiana moderna.
Uno di quelli nella foto è diventato il responsabile e creatore del CED di un piccolo stato. Un altro ha fondato un movimento pacifico. Poi tanti altri, e infine ci sono io.
Non è nostalgia da vetrinetta. È quasi un reperto archeologico. Un pezzo di preistoria vera, quando non c’erano né la mitologia pronta né le etichette comode. C’era gente che smanettava, costruiva, collegava mondi, e senza rendersene conto stava preparando pezzi di futuro.
Tre traiettorie diversissime. Un prete, un pacifista, un tipo qualsiasi. Quasi l’incipit di una barzelletta. Ma tutte nate dallo stesso humus: curiosità, tecnica, visione, ostinazione. Quella generazione lì ha toccato la società vera. Comunicazione, informazione, strutture, cultura, reti.
Magari non con i riflettori addosso. Ma spesso la storia vera la fanno proprio quelli che non finiscono nei titoloni.
E poi, beh, arriva il presente.
Tra qualche mese compirò 60 anni. E certe volte mi sento stanco come fossi mio nonno. Penso a mio padre che non c’è più e oggi è la sua festa. Ora siede alla tavola del Signore. Oltre alla malattia degenerante che lo ha colpito a sessant’anni, non aveva il mio stesso spirito. Ben pochi della generazione dei miei genitori sono come noi alla nostra età. Forse è la tecnologia. Forse la conoscenza che la tecnologia genera. Forse chissà.
Ma se non ci penso, non ho la mia età anagrafica.
Parlo di videogiochi, di libri, di Lego, di computer con la stessa passione di qualche decennio fa. E non mi sembra di essere “rimasto indietro”. Mi sembra piuttosto di essermi portato dietro una parte viva di me, senza farla morire per sembrare serio, adulto o conforme all’età che ho.
Molti, arrivati a una certa età, non diventano maturi. Si spengono. Confondono la stanchezza con la saggezza, la rinuncia con la serietà, la ripetizione con la stabilità. Io invece – almeno spero – ho ancora curiosità, gioco, passione, immaginazione. Non è infantilismo. Non è un cazzo di sindrome di Peter Pan. È energia mentale rimasta accesa.
Poi certo, il corpo presenta il conto. La fatica esiste. Il peso degli anni pure. Quello non lo cancelli con una battuta sui Lego o sul mio ZX Spectrum ancora ostinatamente acceso. E forse è proprio lì lo strappo che sento; dentro non mi percepisco “da sessantenne”, ma fuori ogni tanto la stanchezza mi ricorda che il tempo è passato davvero.
Il punto non è “mi sento più giovane”. Il punto è un altro mi sento ancora in continuità con me stesso.
Ed è una gran cosa. Perché vuol dire che il ragazzino, il giovane uomo, l’adulto e quello che sono adesso non si sono traditi a vicenda. Sono ancora collegati. Magari più stanchi, più ammaccati, più disillusi in certi giorni. Ma collegati.
Francamente, uno che a quasi sessant’anni parla ancora con passione di videogiochi, Lego e computer, per me non è uno che non ha accettato il tempo che passa. È uno che non ha lasciato morire le parti migliori.
Che poi ogni tanto mi senta stanco come mio nonno, quello è il prezzo d’ingresso. Non la definizione di chi sono.
Paolo Borzini
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