Scrivere nell'indifferenza
BLOG di Paolo Borzini
Due post in un giorno solo, assurdo.
Il fatto è che stamattina ho letto il messaggio di una scrittrice, editor e parecchie altre cose, che stimo molto. Il suo messaggio mi ha fatto pensare e forse il problema non è vendere.
O meglio, vendere fa piacere, inutile fingere il contrario. Quando si pubblica un libro, un racconto, un post, una riflessione, una parte di noi spera sempre che arrivi a qualcuno. Che venga comprato, certo, ma soprattutto che venga letto.
Perché alla fine il nodo non è il denaro, ma l’attenzione.
Quello che mi dispiace, quando certi miei post passano inosservati, non è tanto una ferita all’ego. L’ego c’è, per carità, non siamo santi e nemmeno personaggi edificanti da romanzo ottocentesco. Viva Dumas per sempre. Però non è questo il punto.
Mi dispiace perché alcune riflessioni potrebbero aiutare qualcuno a fermarsi un attimo. A pensare un po’ di più con la propria testa. A non bere tutto quello che gli viene servito, caldo o freddo che sia.
Viviamo in un mondo dove l’attenzione sembra essersi accorciata fino a diventare un singhiozzo. Ragazzi che dovrebbero, prima o poi, prendere il testimone di questo mondo, ma che spesso sembrano non avere gli strumenti per reggerlo. Dodicenni che insultano, minacciano, picchiano sconosciuti senza nemmeno un motivo comprensibile. Adulti che li guardano e scuotono la testa, dimenticando magari di aver costruito loro il cortile in cui questi ragazzi stanno crescendo.
Poi ci sono presidenti di governo che si comportano come bulli di quartiere. Giornalisti che calpestano le regole deontologiche del proprio mestiere ogni volta che pubblicano un articolo. Gente che fa spallucce anche quando gli fai notare che il video di un presunto attacco è tratto da un videogioco.
A quel punto ti chiedi: a cosa serve scrivere?
Forse serve proprio a questo.
Non a convincere tutti. Non a vincere una gara. Non a diventare virali, parola che già da sola dovrebbe farci venire qualche dubbio.
Serve a lasciare un inciampo.
Una frase, un dubbio, una piccola crepa nel muro dell’indifferenza. Qualcosa che magari oggi passa inosservato, ma domani torna in mente a qualcuno mentre legge una notizia, ascolta un discorso, guarda un video, vota, giudica, insulta, condivide.
Non mi piacciono i tatuaggi, ma se mai dovessi farmene uno, sotto la scritta “1984” ci farei scrivere:
«Orwell era un ottimista».
Paolo Borzini
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