Da Skynet alle IA, come cambiano le paure verso le macchine.

 BLOG di Paolo Borzini

Ogni epoca ha proiettato nelle macchine le proprie paure.

Nell’età industriale la macchina incarnava lo sfruttamento, il corpo ridotto a ingranaggio, l’uomo schiacciato dalla fabbrica e dal ritmo della produzione.

Con il Novecento tecnologico la paura cambiò forma. Non era più solo il corpo a essere minacciato, ma il controllo. La paura della razionalità fredda e del sistema perfetto che decide senza esitazioni.

In questo senso Metropolis, HAL 9000 e Skynet non sono soltanto macchine o personaggi di fantasia. Sono simboli.

Metropolis mostrava la disumanizzazione, la trasformazione dell’essere umano in funzione produttiva, in macchina vivente.

HAL 9000 faceva paura perché era lucido, impeccabile, irremovibile. Non impazziva come un uomo e proprio per questo inquietava. Era l’idea di una logica perfetta senza imperfezione umana.

Skynet, invece, rappresentava un salto ulteriore. Non solo la macchina che pensa, ma la macchina a cui l’uomo ha delegato il potere ultimo, quello di decidere la guerra, i bersagli, la vita e la morte. La vera angoscia non era il robot assassino, che fosse il T-800 o il T-1000. Era l’idea che fossimo stati noi a consegnare a un sistema automatico il diritto di scegliere per noi.

Oggi però anche Skynet, in un certo senso, è già un fossile culturale. Non perché la paura sia sparita, ma perché ha cambiato pelle.

Le intelligenze artificiali non fanno paura solo come scenario filosofico. Fanno paura in modo concreto, quotidiano, economico. Probabilmente perché non arrivano con i cingoli o con i missili, ma entrano nei mestieri di tutti i giorni. Entrano nella quotidianità e fanno paura ai programmatori, perché automatizzano parti del codice, ai grafici e agli illustratori, perché generano immagini in pochi secondi.

Agli articolisti, ai copywriter, ai traduttori, perché scrivono, riassumono, riscrivono.

Ai musicisti, ai montatori, agli operatori del supporto clienti, perché riducono tempi, costi, ruoli e, in certi casi, anche il valore percepito del lavoro umano.

Questa è una paura molto meno cinematografica di Skynet, ma molto più vicina al mondo di tutti i giorni. Non è la paura di essere sterminati. È la paura di diventare superflui.

Eppure, sotto la superficie, il nodo resta lo stesso di sempre. Non sono le macchine a spaventarci soltanto perché sono potenti, ma perché assomigliano sempre di più a qualcosa che consideravamo solo nostro.

Prima la forza fisica, poi il calcolo, poi la decisione e ora il linguaggio, la scrittura, l’immaginazione, la memoria, perfino la simulazione della presenza.

È per questo che la paura di oggi è così forte. Le IA non stanno solo davanti a noi come macchine esterne. Entrano nel modo in cui lavoriamo, pensiamo, scegliamo, comunichiamo. Non sono soltanto strumenti. Sono diventate interlocutori, assistenti, filtri, sostituti parziali.

Il mostro, se vogliamo ancora chiamarlo così, non ha più necessariamente un corpo metallico. Ha una voce calma, è utile e può persino sembrarci intelligente.

Forse la fantascienza, da Metropolis a Terminator fino alle IA di oggi, continua a raccontare sempre la stessa verità. Non abbiamo paura soltanto della macchina. Abbiamo paura di ciò che la macchina ci costringe a riconoscere su di noi, sui nostri limiti e sul fatto che una parte crescente di ciò che chiamavamo “umano” potrebbe non essere più solo nostra.

Paolo Borzini

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