Quando la lentezza del modem ti insegnava a pensare
BLOG di Paolo Borzini
Quando la lentezza del modem ti insegnava a pensare
Ho avuto uno scambio di email con una ragazza in gamba che lavora nell’editoria. Da lì è nata questa riflessione. Ogni tanto mi capita una cosa strana; leggo qualche riga di una email e torno indietro di quarant’anni. Non per nostalgia facile, quella la lascio ai post con le foto sgranate e la frase “bei tempi”. Torno indietro perché riconosco un ritmo.
Il ritmo dei lunghi messaggi, quotati punto per punto. Quel modo di rispondere che oggi sembra un vezzo da museo e invece era una piccola disciplina. Non era stile: colpevole era anche la tecnologia. Parlo di BBS e aree messaggi, di accoppiatori acustici e modem che viaggiavano a 300 o 1200 bps. La fretta non aveva spazio. L’immediatezza non era disponibile. Quindi diventava raro anche l’impulso di scrivere di getto e spedire, perché la risposta poteva impiegare giorni ad arrivare.
La lentezza faceva da filtro. E il filtro, a volte, faceva bene. Una sorta di educazione involontaria. Il modem aveva un suono e non era solo un rumore. Era una scommessa, un “adesso vediamo se ci riesco”, una trattativa tra macchine che si parlavano in dialetto elettrico, zero e uno trasformati da digitale ad analogico e viceversa. Se la connessione cadeva, perdevi minuti. Se stavi scaricando qualcosa, perdevi mezz’ora. Se scrivevi una mail, la rileggevi. Perché nel momento in cui la spedivi sapevi che non l’avresti “aggiustata dopo”. Non esisteva il flusso continuo, non esisteva la correzione permanente, non esisteva il riflesso automatico del “tanto poi vedo”.
C’erano le BBS, FidoNet, i network che sembravano città sotterranee. Messaggi che viaggiavano, a volte, quando tu eri già a letto. E quella latenza ti costringeva a una cosa che oggi è diventata quasi esotica: pensare a ciò che stai per dire. Non voglio farla poetica; molte volte era anche una rottura di scatole. Però era una scuola.
Da quella mail siamo finiti su un tema che torna sempre, prima o poi, quando parli di scrittura senza finzione. Vendere un libro.
È una frase a volte scomoda, perché ti costringe a mettere insieme due mondi che si guardano male. Scrivere è bello, vendere è necessario. Se ti autoproduci, oppure se hai una casa editrice che vende poco, emergere è una lotteria più che un piano. E il rischio è sempre lo stesso: scambiare la qualità per la commerciabilità e poi scoprire che non hai ottenuto né l’una né l’altra.
Il punto però non è fare l’artista offeso dal mercato. Il punto è capire che cosa stai davvero vendendo.
Un libro è un prodotto, sì, certamente, ma non come una saponetta. Non lo compri perché ti serve. Lo compri perché ti promette qualcosa.
E il lettore non compra un messaggio. Compra una promessa.
Viviamo nell’era in cui tutto deve essere subito. Subito chiaro, subito identificabile, subito condivisibile. E subito accantonabile. Anche i libri vengono trattati così. Se non hai un messaggio “facile”, se non hai un tema che si può stampare su una fascetta, pare che tu non esista.
La famiglia da salvare, la rinascita dopo la crisi, la guarigione, la rivincita, la denuncia, la morale confezionata. Funziona perché si racconta in una riga. Non necessariamente perché è più profondo.
La verità è più semplice e meno romantica.
Il lettore medio non compra per forza un messaggio. Compra una promessa. Vuole sapere che viaggio sta per fare e che sensazione gli resterà addosso. Tensione, curiosità, paura, meraviglia, disgusto, tenerezza, perfino un fastidio che resta. O anche solo una bella storia.
Il messaggio è molto spesso marketing. La promessa è narrativa.
Il problema nasce quando, per paura di vendere poco, provi a infilare un messaggio a forza. E lì il lettore, o la maggior parte, lo sente. Perché i temi, quando sono veri, stanno sotto. Non sventolano.
Altrimenti si rischia di cadere nella trappola dell’immedesimazione istantanea.
Oggi si chiede spesso un’immedesimazione rapida. “Devo ritrovarmi subito”. Non è una colpa del lettore. È un riflesso allenato dai social, dai feed, dai video, dai titoli urlati, dall’idea che ogni contenuto sia una corsa a ostacoli di tre secondi.
Se non mi agganci al primo paragrafo, scorro avanti. Se non mi dai una chiave emotiva immediata, cambio. Se non mi fai sentire “rappresentato”, mi annoio.
E intanto la lingua si consuma. La grammatica si accorcia. La sintassi si appiattisce. Il libro diventa un post lungo. E il post lungo diventa un libro.
Non è elitismo. È osservazione.
Il patto vero: tempo contro qualcosa e qui il punto che è nato da quella conversazione.
Un libro, per me, deve restituire qualcosa. Non per forza una morale. Non per forza un messaggio. Basta un effetto reale. Se non smuove nulla, è carta. E in certi casi meglio l’ebook, almeno non sprechi alberi per un testo che non ti lascia nemmeno un graffio.
Non serve scomodare Tolstoj e le morali da fiaba. Il patto è semplice.
Io ti do il mio tempo e i miei soldi. Tu mi dai qualcosa che valga la pena portarmi dietro. Anche solo un sorriso a denti stretti.
Ora arriviamo alla curva gaussiana della mia libreria.
Questa riflessione mi è tornata in testa in una scena ridicola e perfetta. Porta chiusa della camera degli ospiti. Gatto che gratta. Io che mi alzo. Entro nella stanza dei libri e trovo lo sguardo soddisfatto del felino, come se avesse vinto una causa civile.
E davanti agli scaffali mi viene naturale pensare in termini brutali, quasi contabili.
Questi libri valgono quello che ho pagato. Questi valgono di più. Questi, pochi, non valevano. La maggior parte sta nella media, come appunto in una curva gaussiana. Scambio equo. Nulla di vergognoso. Non tutti i libri devono cambiarti la vita, ci mancherebbe.
Il punto è che i libri che valgono più del loro prezzo esistono davvero. E sono quelli che, anni dopo, ti ricordano una frase, un personaggio, un’idea. Ti fanno compagnia senza chiedere attenzione. Non urlano. Restano.
E nel mezzo ci finisce anche Max. Non perché gli 883 siano un santino, ma perché certe canzoni sono macchine del tempo. “Jolly Blu”, “Con un deca”. Ti riportano in una sala giochi, in una città con la nebbia, in un’epoca in cui la distanza tra una frase e l’altra era più larga, e in quella distanza entrava qualcosa di utile.
Oggi scriviamo velocissimi, consumiamo velocissimi, giudichiamo velocissimi. Poi ci chiediamo perché vendiamo poco, perché leggiamo poco, perché ci sembra tutto uguale.
Forse perché abbiamo tolto l’attesa. E con l’attesa abbiamo tolto la ponderazione.
Non ho una soluzione e non mi interessa fare il predicatore. Mi interessa la domanda.
Che cosa deve restare al lettore quando chiude l’ultima pagina. E che cosa deve ricordarsi il giorno dopo.
Se quella risposta è chiara, il tema c’è. Anche se non lo scrivi sulla fascetta. Anche se non lo trasformi in slogan. Anche se è solo una storia.
E forse, ogni tanto, dovremmo recuperare un po’ della lentezza dei vecchi modem a livello mentale. Non per nostalgia, ma per igiene.
E tu che mi leggi quanti libri hai abbandonato davvero, volontariamente. E quali invece ti hanno restituito più di quanto hai pagato.
Paolo Borzini
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