Il guscio che respira
BLOG di Paolo Borzini
Il Natale si avvicina anche se il "clima" non è natalizio ho deciso di condividere questo mio ultimo racconto che proprio questo clima mi ha ispirato...
Nessuno seppe dire esattamente quando iniziò.
Forse fu una mattina d’inverno, quando il primo uomo si accorse che la pelle del braccio non era più pelle, ma una sottile trama calcificata: come se un mollusco avesse deciso di vivere lì, sotto l’epidermide.
I medici parlarono di mutazione.
I politici di terrorismo biologico.
I religiosi di castigo o redenzione, a seconda della platea.
Nessuno, però, osò dire la verità che da settimane stava sospesa nell’aria come un presagio.
Fu un anziano psichiatra a farlo, in diretta, davanti a un pubblico attonito.
«Non è una malattia» disse.
«È un messaggio. È il nostro inconscio collettivo che ha deciso di proteggerci».
In studio risero.
I giornali lo derisero.
I talk show con bionde patinate come conduttrici convocarono presunti esperti per demolirlo, e la più competente di tutti era — ovviamente — la famosa casalinga di Voghera.
Poi arrivarono le prime decine di casi.
Poi centinaia.
Poi milioni.
Le impronte digitali, in molti soggetti, sembravano cambiare disegno da un giorno all’altro. Alcuni le fotografavano e le passavano in software musicali: uscivano melodie spezzate, scale irrisolte, ritmi senza metrica.
Si diffuse l’idea che quelle linee fossero spartiti di un dolore antico, incisi nella pelle da generazioni.
Il mondo si divideva tra chi temeva l’apocalisse e chi, segretamente, invidiava chi aveva già il guscio.
Perché quel guscio non era un sintomo, ma una scelta.
Era l’umanità che si ritirava da se stessa: un lento, irresistibile rifluire verso l’interno, dove nessuna guerra, nessuna notizia, nessuna sirena d’allarme potesse raggiungerla.
Giulio fu uno degli ultimi a trasformarsi.
Aveva resistito per mesi, chiuso nel suo appartamento, le notizie spente, le finestre sigillate.
Quando lo raggiunse, fu con la delicatezza di un sussurro.
La pelle sulla schiena iniziò a irrigidirsi.
Poi una metà della scapola si estese in un arco sottile, come la costola di un animale marino.
Niente dolore. Solo una sensazione precisa e inaspettata: pace.
Mentre il guscio cresceva, Giulio ricordò qualcosa che non pensava più possibile: il silenzio del grembo materno. Quel buio primordiale dove l’universo non aveva ancora pretese.
Le persone iniziarono a chiudersi in se stesse, letteralmente.
Non parlavano più.
Non litigavano più.
Non manifestavano.
Non producevano.
Si rannicchiavano nei loro gusci traslucidi, come fossili in attesa di un’era migliore.
Gli scienziati si chiesero se la specie stesse regredendo.
Gli economisti se il sistema potesse sopravvivere.
I militari se la nostra vulnerabilità fosse un invito all’invasione.
Ma erano tutte domande inutili.
Perché a nessuno importava più.
L’ultimo giorno, quando le città erano ormai un mosaico di costruzioni abbandonate e gusci silenziosi, Giulio capì finalmente la verità che nessuno aveva voluto accettare, anzi aveva stupidamente deriso.
Il guscio non era fuga.
Era protezione dalla parte peggiore di noi: quella che inventa nemici, produce paura, costruisce guerre e poi si stupisce di essere stanca.
La specie si era difesa dal suo stesso rumore.
Aveva detto basta.
Aveva chiuso.
Nel buio morbido della sua armatura, Giulio sorrise.
Fuori, il mondo poteva continuare a crollare in pace.
Dentro, per la prima volta, non aveva più paura.
Il guscio respirò con lui.
E finalmente — dopo una vita intera — lui respirò con il guscio.
Paolo Borzini
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